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Fioretti - 12 - I Ferrivecchi

 

12 - I FERRIVECCHI

 

     Con il raggiungimento del benessere economico molti mestieri che, in epoca di maggiore povertà, venivano considerati fruttuosi, sono scomparsi  e con la loro scomparsa è cambiata la cultura della vita.

     I ferrivecchi era uno di questi mestieri, forse tra i primi, a scomparire. Ogni raccoglitore di ferrivecchi tirava con sé un codazzo di altre persone che in qualche modo rallegravano la strada. Quando passava la carretta dei ferrivecchi, si creava attorno uno stuolo di bambini che gridavano, partecipando, a modo loro, alla festa che suscitava chi raccoglieva o dalle famiglie o dai depositi, il ferro usato inservibile; rallegrava donne e adulti che vendevano i loro vecchi oggetti. Spesso difatti a pochi spiccioli si prendevano dalle case quel materiale fuori uso.

     Quando la carretta era piena. rincasava i ferrivecchi, felice di aver guadagnato anche quel giorno un pezzo di pane per sé e la famiglia.

     Il lavoro era misero, ma allora socialmente utile. Il ferro era alla base di tanti utensili di lavoro e casalinghi. Le miniere di ferro non lavoravano a peno regime, per cui il materiale base era sempre insufficiente ai bisogni della società e delle famiglie. Si aiutava, come si poteva, l’utilità pubblica, riciclando il ferro vecchio.

     Molti ricordi dei più anziani sono legati a questo particolare mestiere, che la società dei consumi ha relegato alla rottamazione. Tanto era comune questo lavoro, che l’episodio che vi racconto ve lo mostrerà.

     Don Antonio era sempre al verde, aveva bisogno di costruire l’oratorio in parrocchia per i ragazzi, molti dei quali non poteva controllare ed educare, perché tutto avveniva per strada o sulla piazzetta antistante la chiesa parrocchiale.

     Negli scritti, attraverso i quali don Antonio rifletteva sulla propria attività educativa, non poche volte si lamenta della mancanza dei locali, della mancanza di un oratorio, per tenere tutti i ragazzi, uno per uno, sotto controllo. I ragazzi dovevano star dentro e non fuori, in strada, lì nell’oratorio organizzare i loro giochi per una più sicura e incisiva opera educativa.  Neanche riusciamo ad immaginare gli sforzi prodotti per costruire quello che ancora oggi, anche se parzialmente, egli ha fatto per la sicurezza dei ragazzi e la loro educazione.

     Ebbene don Antonio è stato visto anche da prete con una carretta da ferrivecchi a raccogliere il materiale in ferro inservibile per guadagnare qualche lira per il suo oratorio. Davvero?! Sì, davvero! Arrivava a tanto per assicurare ai ragazzi una stanzetta nella quale giocare e lui avere il controllo educativo su di loro.

     I parrocchiani, che mi hanno raccontato l’episodio, sono intervenuti per dissuaderlo dalla sua decisione. Ma egli, che aveva un obbiettivo da raggiungere, non si fece convincere e andò avanti nel suo proposito. Sulla sua carretta: sbarre di letto in ferro, spezzoni di balconi in ferro, materiale casalingo e tutto ciò che poteva far cassa per la sua parrocchia. Questo materiale dava poi in cambio di danaro che gli serviva per pagare i debiti. Qualcuno tirava anche in gioco la dignità della sua veste talare. Un prete non può fare queste cose! Egli la pensava diversamente: prima dell’abito del prete viene la dignità delle persone e dei ragazzi in particolare. Se quel lavoro serviva ad accelerare l’avvento di una vita migliore per la parrocchia, era un lavoro dignitoso; dignitoso per un padre di famiglia, dignitoso per un parroco di periferia.

     L’episodio non è un aneddoto, è un fatto vero e ripetuto. Chi l’ha testimoniato, con la testimonianza ha anche esternato la sua ammirazione per quel prete capace di tanto.

     L’amore alle anime, a quelle più semplici e innocenti, lo ha portato a tanto.

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