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Fioretti - 15 - La tizia

 

15 - LA TIZIA

 

     Nel diario spirituale di don Antonio ci sono due appunti in cui si parla di una Tizia. Per delicatezza don Antonio non fa il nome, anche perché i due fatti appartengono alle cose più intime e spirituali di una persona. Noi rimaniamo nell’anonimato, ma pubblichiamo i due episodi che sono molto comuni tra la nostra gente. Lo erano più allora, ma non mancano anche oggi fedeli, se così possiamo denominarli, che si comportano ancora allo stesso modo. Per i sacerdoti diventano una palla al piede, un freno. Il nostro intendo nel riportarli è di dare una mano a educare i cristiani in cose così delicate. Il rapporto  del fedele cristiano è solo con Dio tramite il sacerdote e non viceversa. Le cose dello spirito e della fede non si possono trattare con leggerezza e curiosità. A volte si tratta di vere e proprie patologie dello spirito, che meritano di essere curate. La mania della curiosità, dettata dalla novità. Alcune beghine corrono dal prete giovane, dal prete nuovo, perché dice bene la messa, fa bene la predica e via discorrendo. Sono quelle che poi restano deluse perché il prete non le ha assicurato adeguata attenzione, sparlano e creano difficoltà. S. Paolo parla del prurito della novità. Là accorrono coloro che cercano solo gratificazioni umane.

     Sentite cosa fa scrivere una di queste a don Antonio nel suo diario il 15 ottobre 1949, due mesi dopo la  sua ordinazione sacerdotale: “Il mio cuore è molle come quello di una femminetta. Perché mi sono turbato dal momento che quella Tizia viene da qualche giorno ad ascoltare la mia messa. Ci sono, è vero, i precedenti, ma perché devo scendere a livello di meschinissime e grette considerazioni? Non è tanto alto il mo sacerdozio perché possa ascoltare il brusio dei mortali? Eppure stamane durante la celebrazione ho subito un vero martirio”. Don Antonio continua affidandosi alla Madonna SS. perché lo renda capace di offrire il sacrificio di Cristo come la cosa più grande e più bella che possa fare, senza dare ascolto il “brusio dei mortali”. Questo pensiero gli infonde pace.

     Il turbamento che egli prova è pensare che qualcuno possa “sporcare” la cosa più bella che ha, celebrare la S. Messa nella verità; essa è il dono di Cristo agli uomini e non alla curiosità di una beghina, che partecipa alla celebrazione solo umanamente.

     All’incirca un anno dopo si trova alle prese con la stessa Tizia in confessione. Non racconto quanto è successo in quella confessione. Chi vuole può andare personalmente e leggersi l’appunto sul diario al 9 settembre 1951.

     Prima la messa, poi la confessione è inficiata dalla malizia della penitente, che il confessore giudica non sincera, reticente e prepotente.

     In seguito a questo confessione egli fa un duro esame di coscienza e s’impone un’attenzione tutta particolare per la confessione, anche perché la Tizia “è andato dicendo” dopo la travagliata confessione. Anche questo nella vita del sacerdote, che possiamo considerare veri e propri insulti. Che equilibrio deve possedere il prete per salvaguardare il suo ministero sacerdotale!

     “Dunque ecco che ci sono cascato!

    Stamane quasi piangevo nel confessionale quando ho sentito cosa va dicendo quella Tizia” (9 settembre 1951). Continuando il racconto egli parla di malessere nel confessionale, di turbamento. Il prete, che sente il ministero del confessionale con grave responsabilità, come il medico che cura per non fare la piaga verminosa, è sottoposto da certe “pizzoche” ad una vera tortura. Don Antonio con sofferenza ha fatto del ministero del confessionale un mezzo validissimo di salvezza e di grazia, nonostante qualcuna lo inseguisse per falsa pietà e fede.

 

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