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Fioretti - 16 - Il latino di Don Antonio

 

16 - IL LATINO DI DON ANTONIO

 

     Don Antonio era profondo conoscitore della lingua latina e greca. Per lui l’una e l’altra non erano lingue morte, ma vivissime. La facilità con cui cita nei suoi scritti in latino e talvolta in greco, fa sentire anche il gusto per la lingua. Il latino per lui era una lingua completa e nello stesso tempo concisa, che permetteva di dire tanto con poche parole. Ai suoi tempi le lezioni di teologia si svolgevano in latino e questo gli procurato facilità di ascolto e di uso e di comprensione di quella lingua. La trovava affascinante e melodiosa.

     Ma non è del latino che voglio parlare in questo racconto, quanto del suo rapporto con le donne e soprattutto le signorine. Frugando fra le sue carte ho trovato un foglio scritto in latino a caratteri cubitali, che vi riporto e vi traduco. Riassume l’animo e la psicologia della donna e dì’altra parte impone una grande prudenza nel trattare con loro.

     Don Antonio non era un misogino, per scelta sua personale ha voluto amare di più la sua virtù della purezza, di cui aveva fatto un dono gradito e fragrante a Dio. Di giovani ragazze era circondato ogni giorno; si serviva di loro come di preziose collaboratrici. Preferiva però avere con loro una certa distanza per non mettere in pericolo la sua virtù, che ha saputo custodire, a suo dire e a dire delle guide spirituali che lo hanno seguito, fino all’ultimo della sua vita. Quanta fatica gli è costato ripresentare al termine del suo cammino di vita quel fiore profumato al suo Dio. Ha restituito a Lui il candido fiore della sua vita così come l’aveva ricevuto. Dal mondo femminile era distaccato per virtù, ma quel mondo ha saputo stimare e servirsene per il meglio, immergendolo nell’impegno pedagogico del suo ministero e destinandolo all’insegnamento della verità cristiane.                    Aveva delle regole ferree nel trattare con loro, regole sempre improntate al massimo rispetto ma anche alla massima prudenza. Era convinto che la purezza della sua vita si realizzava nella massima purezza dei rapporti. Era il giovane dal cuore puro e non solo dal corpo puro. Confessava le donne quando in chiesa c’erano altre persone, parlava con loro mai in privato o a porte chiuse, ma in coppia e alla presenza di altre persone. Altrimenti c’era il confessionale. Così ci dicono molti testimoni che queste regole le hanno vissute loro stesso nei rapporti con don Antonio. Egli era innamorato di Dio e come un ragazzo innamorato è orgoglioso di poter offrire alla sua ragazza il candore della sua vita, don Antonio faceva con il suo Dio, il suo innamorato, il suo fidanzato. Questo discorso oggi può sembrare anacronistico per i nostri giovani, ma la verità è queste, che che se ne dica. Don Antonio l’ha vissuta e lo offre oggi come modello di vita buona.

     Tornando al nostro foglio, ve lo trascrivo, ma non senza un pizzico di ironia, che lo scritto stesso tradisce. È divertente.

Cave a muliere in omni casu.

Qui habet oculos vocativos

et manus ablativas,

cui si eris dativus

eris et genitivus,

tunc illa fit accusativa

et ut eris infelicissimus nominativus.

                                                        (dalla biblioteca di un vecchio parroco).

     La lingua latina, diversa dalla nostra, si costruiva sui così detti casi ed erano sei: nominativo, genitivo, dativo, accusativo, vocativo, ablativo. Su questi casi è immaginato il rapporto ragazzo – ragazza, o, se preferito, uomo – donna.

     Seguite la traduzione e tutto diventa chiaro:

Stai attento alla donna in ogni caso.

Chi fa gli occhi vocativi ( = languidi)

e le mani ablative ( = lunghe),

e a lei sarai dativo ( = ti sarai dato)

sarai anche genitivo ( = sarai …  uomo),

allora essa ( = la donna) diventa accusativa ( = accusa)

e tu sarai un infelicissimo nominativo ( = nome).

     La traduzione non è letterale, né delle migliori, ma rende bene l’idea: chi scherza con il fuoco finisce per bruciarsi. La storia insegna.

     Se don Antonio ha avuto la cura di conservarsi questo foglio, vuol dire che lo ha fatto suo e ad esso si è ispirato. Non ha certamente inteso né disprezzare la donna, né banalizzare il rapporto uomo – donna, ma semplicemente improntare a prudenza, per lui sacerdote, questo rapporto.

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