background
logotype

  


Per lungo tempo don Antonio Spalatro ha vegliato sulla città di Vieste nel silenzio e nel nascondimento della morte.

Cinquant’anni! Il seme caduto in terra alla fine ha dato vita alla spiga matura.

Nel 2005, il 5 gennaio, si rompe il velo del silenzio e don Antonio ritorna a comunicare con la sua Città attraverso la santità della sua vita. S. Ecc. Mons. D. D’Ambrosio decide d’iniziare il processo conoscitivo diocesano sulla santità  della sua vita sacerdotale e la pratica eroica delle virtù evangeliche. Il Consiglio presbiterale diocesano, dietro richiesta del parroco della parrocchia del SS Sacramento, dove don Antonio esercitò il suo ministero, e con l’approvazione dei Vescovi di Puglia, si costituisce attore della causa. Il Vescovo approva e benedice. Nomina don Giorgio Trotta postulatore diocesano. Inizia così il cammino di beatificazione.

Si completa ora con il cammino verso la beatificazione confidando nella bontà di Dio, sorgente di ogni santità, e del suo servo don Antonio Spalatro. Il percorso sarà lungo. Con il consenso e la collaborazione di tutta la Città confidiamo che la strada diventerà più spedita.

Questo nostro servizio attraverso internet vuole far conoscere e amare la figura di don Antonio e pregare Dio perché lo elevi alle altezze della santità.

Volendo aggiornare il cammino del processo, continuiamo su questa pagina ad annotare le tappe vissute in questo anno passato.

Il 7 aprile 2010 è stato consegnato dal Postulatore all'Arcivescovo il Supplex Libellus, che è la domanda ufficiale per introdurre la causa. Nel Libellus ( = domanda) il Postulatore fa presente all'Arcivescovo la fama di santità del servo di Dio, e traccia una piccola biografia e la correda dei documenti richiesti. L'Arcivescovo ha accolto la richiesta, l'ha vagliata e a sua volta chiede il nulla osta a procedere alla S. Congregazione dei Santi.

Questa richiesta, spedita a Roma il 14 ottobre, riceve riscontro il 9 dicembre con la seguente lettera:

 

 

 

Nostra traduzione:

Eccellentissimo Monsignore,

con una vostra lettera protocollo 145/10 datata al 14 ottobre 2010, vostra Eccellenza chiede a questa congregazione della Causa dei Santi, da parte della S. Sede, se qualcosa ostacoli la Causa di Beatificazione e Canonizzazione del Servo di Dio Antonio Spalatro, sacerdote diocesano, morto nel 1954.

Fatte le dovute indagini, mi piace assicurare l'Eccellenza vostra, che da parte della S. Sede, nulla osta che possa intraprendersi la Causa di Beatificazione e Canonizzazione del Servo di Dio Antonio Spalatro, secondo le "Norme da osservare nelle ricerche da farsi dai vescovi nelle cause dei Santi", edite dalla medesima Congragazione il 7 febbraio 1983.

 

Seguono le firme, vedi sopra

 

Biografia

 

Don Antonio Spalatro nasce a Vieste, a mezzogiorno del 2 febbraio 1926, mentre le campane suonano a distesa, “perché era festa in paese”.

É il giorno della Candelora. La liturgia ricorda la presentazione al tempio di Gesù Bambino, luce del mondo, e la sua offerta al Padre. Don Antonio considerò l’essere nato nel giorno di una festa mariana, una predestinazione, un dono. «Vado sempre un po’ …superbo di essere nato il giorno della Candelora, da quando mi dissero: Chi nasce nella festa della Madonna è predestinato» (Diario 2 febbraio 1949).

Al fonte battesimale, al quale fu condotto nel pomeriggio del giorno della nascita, è chiamato Domenico Antonio.

Trascorre la sua fanciullezza nell’ambiente sereno della famiglia, manifestando da subito chiari segni di propensione alla preghiera e alla vita di fede.

Il contatto con don Salvatore Latorre, vanto del clero viestano, anch’egli morto giovanissimo e ricco di santità, apre il suo cuore alla generosità, facendogli intravedere la possibilità di una donazione totale al Signore nel servizio dei fratelli. E sceglie il Seminario.

Vi entra non ancora dodicenne, dopo aver frequentato a Vieste le scuole elementari. É l’anno 1937.

Il trapianto nel Seminario Arcivescovile di Manfredonia, da qualche anno riaperto dall’Arcivescovo Cesarano, non è indolore per il piccolo Antonio. Sente fortemente il distacco dal  paese, dagli affetti più cari, dall’atmosfera gioiosa delle sue amicizie.

Il 21 novembre dello stesso anno, festa liturgica della Presentazione di Maria al Tempio, riceve l’abito talare, che porterà sempre con grande rispetto e venerazione.

«Gli anni del piccolo seminario sono passati come una fuga”.

Con queste poche parole egli descrive il suo curriculum seminaristico. Noi conosciamo quanto difficili siano stati quegli anni. Privazioni, angosce, terrori hanno influito negativamente sul suo fisico già gracile, ma lo rafforzano nella sua vocazione.

L’inizio del Corso Teologico coincide con la fine della seconda grande guerra: «Ora sembra che si vada calmando la superficie del mare in bufera!”(Diario 21 novembre 1947).

Il periodo degli studi teologici è per don Antonio il più intenso.

A parte le inevitabili crisi che ogni aspirante al sacerdozio avverte violente dentro di sé nei momenti più forti della sua formazione, crisi che nascono da scoraggiamenti, da profondo senso di vuoto interiore, da struggenti attimi di nostalgia, dal senso di inadeguatezza di fronte all’impegno che attende, don Antonio ha un costante atteggiamento di lotta contro la mediocrità, traendo opportunamente vantaggi dalle sue stesse crisi.

Dopo molto soffrire, finalmente l’ideale comincia ad acquistare concretezza davanti a lui. É suddiacono l’1 agosto 1948 e diacono il 18 febbraio 1049.

Viene ordinato sacerdote il 15 agosto 1949 nella Cattedrale di Vieste da S. Ecc. Mons. Andrea Cesarano.

La sofferenza morale fisica sarà d’ora in poi la fedele compagna della sua vita.

Il 26 novembre 1950 anche per lui si apre la porta sulla vigna del Signore, una parrocchia nascente, un campo ricco di lavoro: la parrocchia del SS. Sacramento.

Aveva sognato negli anni del Seminario la parrocchia: «Sogno un campanile, un oratorio … Vorrei diventare un piccolo Curato D’Ars in miniatura » (Diario 26 maggio 1950).

La sua attività pastorale assume subito un ritmo frenetico. L’impegno ascetico però non lo abbandona.  Ha fretta di fare, di completare anche la costruzione del suo edificio spirituale. «Ho l’ansia di fare, di agire, di far vedere che non sto fermo. Lo sento diffuso in me questo senso» (Diario, 15 dicembre 1949).

Il suo lavoro pastorale non conosce soste. Quante volte, a sera, con il corpo stanco e lo spirito affranto, ritorna con la mente al suo lavoro difficile ma fecondo di apostolato. Sente la grande responsabilità che la missione gli conferisce. Il suo corpo geme sotto il peso della fatica, ma lo spirito freme di una vitalità traboccante che ha bisogno di esprimersi, di concretizzarsi in opere.

La lotta per tenere l’equilibrio tra azione e vita interiore caratterizzano gli anni del suo lavoro parrocchiale, che non tarda a dar i suoi frutti. La parrocchia diventa il centro della vita di fede per tutti: bambini, giovani, adulti, famiglie, poveri. Egli può realizzare i suoi grandi sogni: l’oratorio e la scuola catechistica.

I sintomi di un male inesorabile cominciano a fiaccare il suo fisico, già negli ultimi mesi del 1953.

Il 2 giugno 1954 è ricoverato al policlinico di Bari.

Il rientro definitivo e senza speranza a Vieste avviene il 10 agosto. Qui muore il 27 dello stesso mese, venerdì. Aveva 28 anni.

«Sarà un’ ispirazione? Sarà un invito del Signore? Da qualche giorno sento di dover chiedere nella Prima Messa, come grazia che Gesù concede necessariamente al suo nuovo sacerdote, quella di dover soffrire, soffrire molto per poter convertire le anime.

Ma non so, a volte mi manca la forza di chiederla questa grazia. Soffrire! Soffrire molto! L’umanità ha paura … sì, confesso di aver paura. Ma … debbo chiederla questa grazia». (Diario 5 agosto 1949)

«Fate, Gesù, che soffri, che ogni gioia della terra mi diventi amare» (Diario 14 agosto 1949).

Poco più di tre mesi sono stati sufficienti perché il suo corpo, consunto dal male, sia vinto: tre mesi di duro Calvario, di tremende sofferenze.

«Nisi granum frumentis, cadens in terra … Ecco: il grano di frumento marcito …Gesù, insegnami a marcire …» (Diario 10 agosto 1949).

Dal grano caduto in terra e marcito fiorisce la spiga, ricca di grani e di vita nuova. Ancor oggi il suo sacrifico, la sua immolazione sull’altare della sofferenza accettata e vissuta in unione profonda a Cristo Ostia, è fonte di benedizione per chi l’ha conosciuto e amato.

«Quorum memoria in benedictione est. Come viene ricordato il sacerdote apostolo! … Ogni prete dovrebbe essere tale da non essere dimenticato popola sua morte» (Diario 15 agosto 1948).

 

 

 

54 – LA PREDICAZIONE

 

Don Antonio si faceva ascoltare volentieri. La parola gli usciva facile e scorrevole; affascinava. Senza dubbio la parola era il frutto di un dono, ma che egli assecondava con continue e impegnative letture e con lo studio perseverante. Soprattutto sapeva che una buona predicazione scaturiva dalla santità della vita  e dalla pienezza del cuore.

Un Tizio un giorno si complimentò con lui perché le sue prediche erano dette con convinzione. Era convinto che tutto ciò che apparteneva al sacerdote era dei fedeli, anche la parola e la parola santa. “Il sacerdote è l’espropriato per causa pubblica”. Egli è dei cristiani che vogliono, hanno il diritto di vedere in lui Cristo.

 

53 – L’INIZIO DEL CAMMINO

 

Due cose caratterizzano le prime giornate del sacerdozio di don Antonio:

1 – Le profonde riflessioni, che l’accompagnano. Più che riempire questi giorni di fatti, di esperienze, d’iniziative, li riempie di riflessioni e di preghiera. E come se continuasse i momenti di preparazione; si preoccupava di trovare gli argomenti spirituali su cui fondare e poggiare il suo sacerdozio. Amore, carità, ricerca e richiesta della sofferenza, umiltà, pietà, santità egli chiede al suo Dio. Sa che non può fallire e non fallirà se a fondamento del suo ministero porrà quei valori.

2 – Una intensa corrispondenza con il suo Padre Spirituale. Cerca un aiuto per fondare in profondità il suo sacerdozio. E il Padre Spirituale non si sottrae al compito di leggere le sue continue lettere e fornire le risposte giuste. Sa, il Padre Spirituale, di trovarsi di fronte a un’anima assetata di Cristo e gli faciliterà il cammino.

 

55 – UNA PREDICAZIONE IN TANDEM

 

Nella quaresima del 1950 egli fu affiancato nella predicazione quaresimale in Cattedrale a don Mario dell’Erba, suo carissimo amico, di 5 anni più grande di lui nel sacerdozio. Don Mario era un apprezzato e valente predicatore, che molti di noi ricordano ancora con venerazione. “Talvolta mi sentivo seccato, perché il mio confratello non mi faceva fare qualche predica grande”, confida al suo diario il 27 marzo 1950. Era giovane sacerdote e voleva fare bella figura anche lui. Alla fine finisce per darsi del “ridicolo” per l’ingenua gelosia che lo aveva preso. “Tra confratelli bisogna amarsi, senza ombra di personalismo, perché la meta è unica, ed il mistero il più santo”.

2018  Don Antonio Spalatro   globbers joomla templates